Diritto del lavoro·5 min di lettura

Licenziamento illegittimo: i tuoi diritti e come farli valere senza aspettare

Licenziamento illegittimo: i tuoi diritti e come farli valere senza aspettare

Di tutto quello che riguarda un licenziamento, la cosa più urgente non è capire se sia giusto o sbagliato. È il calendario. Perché il diritto di contestarlo si perde da solo, in silenzio, e non c’è argomento che lo faccia tornare.

Sessanta giorni. Poi centottanta

Il licenziamento va impugnato entro 60 giorni dal momento in cui ricevi la comunicazione. Non serve un processo: basta un atto scritto che contesti il licenziamento e arrivi al datore di lavoro in modo dimostrabile.

Fatto quello, hai 180 giorni per depositare il ricorso in tribunale (o per avviare un tentativo di conciliazione). Sono i termini dell’articolo 6 della legge 604/1966, come riscritto nel 2010.

Se salti il primo termine, il secondo non serve più: il licenziamento diventa inattaccabile anche se era palesemente illegittimo. È la ragione per cui questo articolo comincia dalle date e non dai diritti.

Quando un licenziamento non sta in piedi

Un licenziamento deve essere scritto e deve avere una ragione: o un motivo disciplinare legato al comportamento (la «giusta causa» o il «giustificato motivo soggettivo»), o una ragione organizzativa dell’azienda (il «giustificato motivo oggettivo»).

I punti su cui più spesso cade sono banali e procedurali: manca la forma scritta, la contestazione disciplinare non è stata fatta prima, non ti è stato dato modo di rispondere, la motivazione cambia strada facendo, oppure il motivo organizzativo dichiarato non corrisponde a quello che è successo davvero in azienda.

Ci sono poi casi in cui il licenziamento è nullo a prescindere dalla procedura: quello discriminatorio, quello intimato durante il periodo protetto per maternità, quello ritorsivo — cioè la rappresaglia per qualcosa che hai fatto valere.

Cosa si può ottenere, e perché la risposta non è una sola

Le conseguenze di un licenziamento illegittimo non sono uguali per tutti, e dipendono soprattutto da due cose: quando sei stato assunto e quante persone lavorano in azienda.

Per chi è stato assunto dal 7 marzo 2015 si applica il cosiddetto contratto a tutele crescenti, che nella maggior parte dei casi porta a un’indennità economica; il reintegro nel posto di lavoro resta possibile ma in ipotesi più ristrette — in particolare quando il fatto contestato non è mai esistito, e nei casi di nullità.

Per chi è stato assunto prima si applica il regime precedente, dove il reintegro ha uno spazio più ampio. Nelle aziende sotto una certa soglia di dipendenti le tutele sono ancora diverse.

È il motivo per cui a questa domanda non esiste una risposta da articolo: dipende da dati che stanno nella tua busta paga e nella tua lettera di assunzione.

Cosa fare nelle prime due settimane

Conserva tutto e in originale: la lettera di licenziamento con la data di ricezione, le contestazioni disciplinari precedenti, le buste paga, le email che riguardano la vicenda, i messaggi con i responsabili.

Annota la data esatta in cui hai ricevuto la comunicazione: da lì partono i 60 giorni, e non dal giorno in cui hai smesso di lavorare.

Attenzione a cosa firmi. Un verbale di conciliazione o una rinuncia firmata nella sede sbagliata può chiudere la partita per sempre; le rinunce fatte in sede protetta valgono davvero, ed è esattamente per quello che vanno capite prima.

Questo articolo ha finalità informative e descrive come funzionano in generale le regole richiamate: non è un parere legale e non tiene conto della tua situazione, che ha sempre dettagli propri. Per sapere cosa vale nel tuo caso serve un avvocato che lo legga.

Il tuo caso non è un articolo.

Raccontacelo una volta sola, con parole tue: lo leggono centinaia di avvocati e ti contatta quello giusto. Per te è gratuito, sempre.

Raccontaci il tuo caso

Altri articoli